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Il Castello di Colobraro

Storia, Leggende e Panorami mozzafiato

Arroccato sul punto più alto del borgo, a circa 700 metri di altitudine, il Castello domina Colobraro da quasi mille anni. Dei suoi antichi splendori restano frammenti suggestivi — muri perimetrali, una torre angioina, la scalinata di accesso, alcune sale recuperate — e proprio in questo dialogo tra rudere e memoria sta il fascino di un luogo che ha attraversato secoli di dominazioni, decadenza e rinascite.

Origini e Storia del Castello

Le origini del Castello si perdono in un tempo incerto, sospeso tra leggenda e documento. La tradizione orale ricorda un certo barone Antonio Caffo, segretario del principe longobardo di Benevento, che intorno all'804 avrebbe scelto questa terra "inespugnabile" per costruirvi il maniero; un'altra leggenda lega invece la fondazione al tempo delle prime crociate e a un valoroso capitano di nome Colombano (o Colubrano), morto precipitando da uno scosceso pendio.

Più verosimilmente la costruzione risale al XII secolo, in piena età normanno-sveva. Da allora una lunga sequenza di feudatari si avvicendò nel possesso del maniero:

  • dal 1117 Albereda di Chiaromonte, signora di Colobraro e Policoro, moglie ripudiata di Roberto il Guiscardo;
  • dal 1119 il Conte Bertaimo d'Andria, che donò il feudo a Ugone e Margherita, Conti di Chiaromonte;
  • dal 1270 i signori angioini Taxino de Iovino ed Eustachio de Iovenale;
  • dal 1463 Roberto Sanseverino, Principe di Salerno;
  • dal 1562 Eleonora Comite;
  • dal 1617 i Carafa della Stadera di Napoli, con Carlo Carafa primo Principe di Colubrano — titolo che la famiglia conserverà a lungo, e da cui discenderà nell'Ottocento il musicista Michele Enrico Carafa, amico di Rossini e Donizetti;
  • dal 1732 i marchesi Donnaperna, originari di Tursi, che resteranno signori del feudo fino all'unità d'Italia;
  • infine i Brancalasso di Tursi, ultimi abitatori del maniero.

Intorno alla metà dell'Ottocento i Brancalasso cominciano ad abbandonarlo per tornare alla loro dimora tursitana. Il terremoto del 1856 ne aggrava le ferite, e nel volgere di pochi decenni il Castello si riduce a rudere.

Architettura e Posizione

Il maniero sorge sul punto più alto del borgo, con i quattro lati un tempo liberi sulla doppia vallata sottostante. Vi si accede da una scalinata che taglia in verticale il lato sud-occidentale del paese; sul lato nord-orientale, praticamente irraggiungibile, sopravvive un tratto delle mura di cinta munite di feritoie, mentre a nord si distinguono ancora una torre angioina e i resti di un antico ponte levatoio.

Nella sua estensione originaria il Castello era una struttura imponente. La grande torre quadrangolare, oggi scomparsa, aveva mura di due metri di spessore in pietra lavorata a scalpello. Il primo piano contava oltre quaranta vani; al piano terra si aprivano magazzini, cisterne e antri sotterranei. Una scalea su quattro arcate cieche conduceva cavalli e lettighe direttamente alla grande sala d'ingresso, vasta quindici metri per diciotto, illuminata da maestosi veroni aperti a levante.

Nel Cinquecento, sotto i Carafa, furono aggiunti a mezzogiorno sei nuovi saloni sostenuti da muraglioni a picco sul baratro e una scuderia capace di ospitare trentadue cavalli. Verso tramontana sorse un imponente salone di centocinquanta metri quadrati, affiancato da quattro sale più piccole affacciate sulla pianura tra le foci del Sinni e del Bradano. Anche i Donnaperna, nel Settecento, ampliarono l'edificio unendolo al vicino Palazzetto Pinto.

A completare il complesso, accanto al prospetto principale, sopravvive ancora oggi il Palazzo della paggeria — attuale Palazzo Fortunato — un tempo residenza degli armigeri e degli scudieri, riconoscibile per il grande portone fiancheggiato da due colonne con catena, simbolo di chiusura e apertura. La tradizione orale ricorda anche una galleria sotterranea, oggi scomparsa, che collegava direttamente il Castello alla vicina Cappella gentilizia dell'Icona.

Dal belvedere del Castello lo sguardo abbraccia uno dei panorami più ampi di tutta la Basilicata: il Massiccio del Pollino, il Mar Jonio e il Golfo di Taranto, il lago di Monte Cotugno, le valli dei fiumi Sinni, Sarmento e Agri, i calanchi di Colobraro e Tursi.

Il Castello tra Leggende e Tradizioni

Più di ogni altro luogo del borgo, il Castello è il cuore della Colobraro magica e leggendaria. Tra i suoi sotterranei la tradizione popolare colloca U Monachicchiə, il Monachicchio: lo spirito buono di un bambino morto prima del battesimo, un folletto dispettoso vestito di stracci e con un caratteristico cappello rosso in capo, che al calar della sera prova a infilarsi nelle case per fare scherzi. Si dice che a chi riuscisse a strappargli il cappello rosso il Monachicchio rivelerebbe ogni desiderio: persino la posizione del sotterraneo del Castello dove sarebbe custodito un tesoro.

Tra le memorie più cupe del maniero sopravvivono due racconti tramandati dai vecchi narratori del paese. Il primo, drammatico, narra dello ius primae noctis preteso da un signore sulla moglie del proprio fratello minore: il giovane, vestitosi con i panni della sposa, andò all'incontro notturno con un pugnale nascosto sotto la veste e punì da sé l'usurpatore. Il secondo, più malinconico, ricorda un giovane Donnaperna sonnambulo che, uscito nella notte con un libro in mano, si portò in bilico su un muro pericolante; ai richiami della madre accorsa impaurita, destatosi di soprassalto, precipitò nel sottostante burrone.

Oggi il Castello è il punto culminante dello spettacolo "Sogno di una notte... a quel paese", il percorso teatrale itinerante che ogni estate, a partire da agosto, anima i vicoli del centro storico. La scena finale si svolge proprio nel giardino del Castello, con le chiagnacunte — le prefiche che piangono un finto morto — e l'intervento di San Carpanazzo, il santo protettore della manifestazione, che resuscita il defunto in chiave comica.

Le sale recuperate accolgono inoltre eventi,  presentazioni e visite guidate, restituendo al maniero la funzione di luogo vivo della comunità.

Un Luogo da Vivere Oggi

Per oltre un secolo e mezzo il Castello ha conosciuto soltanto l'abbandono. La svolta è arrivata il 29 agosto 1980, quando l'Amministrazione comunale ha acquisito l'intero complesso — 1.560 metri quadrati — dagli eredi dell'ultimo proprietario privato.

Negli anni Novanta è stato predisposto un primo progetto di recupero conservativo, ma il grande intervento si è realizzato tra il 2009 e il 2015, dopo circa centocinquanta anni di incuria. In questa fase sono tornati all'antico splendore la scalinata di accesso, la gradinata interna e quattro ambienti del maniero, tra cui il salone oggi utilizzato per cerimonie ed eventi. Sono stati realizzati anche i servizi necessari ad accogliere i visitatori, sempre più numerosi.

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