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Quel Paese

La leggenda: l'aneddoto del lampadario

La leggenda: l'aneddoto del lampadario

Tutto comincia nei primi anni del Novecento. Si racconta che un notabile di Colobraro, durante un discorso pubblico a Matera, per dare forza alle proprie parole abbia esclamato:

"Se non dico la verità, possa cadere questo lampadario!"

E il pesante lampadario della sala precipitò davvero. Alcuni dicono che cadde nell'istante esatto in cui la frase fu pronunciata, altri qualche giorno dopo. Le varianti del racconto sono il segno tipico di una storia tramandata solo a voce, di bocca in bocca. Ma poco importa quale versione sia "quella vera": quel singolo evento, a metà tra cronaca e mito, bastò a cucire addosso al paese un'etichetta indelebile.

Chi era l'uomo del lampadario?

L'identità di chi pronunciò quella frase, in paese, è ben nota: era una figura autorevole e stimata, un uomo di spicco la cui memoria merita rispetto. Per questa ragione preferiamo non farne il nome, e lasciare che a parlare sia soltanto la sua storia.

Ed è una storia che vale la pena leggere con attenzione. Le persone di talento, quelle che brillano più degli altri, raramente raccolgono solo consensi: attorno a loro si addensano facilmente l'invidia e la rivalità. È plausibile, allora, che la fama sinistra non sia nata per caso, ma sia stata in qualche misura cucita addosso proprio per screditare un personaggio troppo in vista. Trasformare un uomo autorevole nel "portatore di sfortuna" era un modo efficace per ridimensionarlo agli occhi della comunità. E poiché egli era di Colobraro, l'ombra finì per allungarsi sull'intero paese.

Il contesto: un borgo isolato e la forza del passaparola

C'è poi un secondo fattore, più concreto, che amplificò tutto. All'epoca Colobraro era un piccolo centro rurale, fuori mano, con strade non asfaltate. Per raggiungerlo bisognava affrontare una salita impervia, dove non era raro che le automobili dell'epoca andassero in sofferenza: motori che si surriscaldavano, gomme che si bucavano, viaggi che diventavano un'odissea.

In un'epoca in cui il passaparola correva più veloce di qualsiasi spiegazione razionale, ogni inconveniente lungo quella strada veniva quasi automaticamente collegato alla "iella" del paese. La meccanica del mezzo c'entrava poco: il guasto diventava prova. Così, contrattempo dopo contrattempo, la leggenda si autoalimentava. La scarsa istruzione diffusa e la naturale propensione alla superstizione fecero il resto, saldando insieme aneddoto, disagi del viaggio e credenza popolare in un'unica nomea, tenace e difficile da scrollarsi di dosso.

Dalla leggenda allo stereotipo

Ciò che era nato come un semplice "fatterello" si cristallizzò in fretta in uno stereotipo tenace. Colobraro divenne, nell'immaginario collettivo, il paese che porta sfortuna — la iella, in dialetto.

Una nomea del genere avrebbe potuto condannare il borgo all'isolamento. A pagarne il prezzo erano soprattutto gli abitanti, costretti a convivere con un'immagine distorta e imposta dall'esterno: un'identità decisa altrove, che non li rappresentava ma che li seguiva ovunque. Per decenni essere "di quel paese" ha significato portarsi addosso un marchio difficile da scrollarsi di dosso.

I dati certi: lo sguardo di Ernesto De Martino

A ribaltare questa percezione fu, paradossalmente, uno sguardo esterno — ma di natura scientifica.

Tra il 1952 e il 1957 l'etnologo e storico delle religioni Ernesto De Martino condusse in Basilicata alcune spedizioni di ricerca, accompagnato dal fotografo Franco Pinna. Colobraro fu al centro del suo interesse. Nel saggio Sud e Magia(1959), De Martino non liquidò le credenze popolari come semplici superstizioni, ma le analizzò come un sistema di pensiero coerente: un modo, in un contesto di povertà e incertezza, per interpretare la realtà e intervenire su di essa.

Le sue ricerche documentarono la cura magica delle malattie, il fenomeno dell'affascinazione (il malocchio) e i riti per scongiurarlo. Quegli studi accademici, anni dopo, sarebbero diventati il materiale vivo da cui la comunità avrebbe tratto qualcosa di nuovo.

La rinascita: "Sogno di una notte a quel paese"

Invece di combattere una fama così radicata, Colobraro ha fatto una scelta diversa e felice: l'ha abbracciata. Ci ha riso sopra. L'ha trasformata in un invito.

Da qui è nato "Sogno di una notte a... Quel Paese", spettacolo teatrale itinerante che si snoda tra i vicoli del centro storico a partire da agosto. Il titolo gioca con il Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare ed evoca quel mondo fatato e magico che è diventato il filo conduttore della serata.

I visitatori vengono accolti al Palazzo delle Esposizioni, dove ricevono un amuleto portafortuna — il "Cingijocco" — e seguono poi un percorso a tappe popolato dai personaggi del folklore lucano: il lupo mannaro, la masciara Zia Fortunata che toglie l'affascino con un rituale comico, le chiagnacunte, mentre la scena finale si svolge nel suggestivo giardino del Castello.

Come ha raccontato chi l'ha ideato:

"Se quel lampadario non fosse caduto, non credo che avremmo mai pensato a realizzare un evento su questo. Senza quel lampadario, sicuramente non ci sarebbe stato 'Sogno di una notte a... Quel Paese'."

Così un'etichetta nata per ferire è diventata una festa. E "Quel Paese", il luogo che per anni non si voleva nominare, è oggi un nome che vale la pena pronunciare ad alta voce!


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