C'è una fotografia che, da sola, ha raccontato Colobraro al mondo per oltre mezzo secolo. Ritrae un'anziana signora vestita di scuro, il capo coperto da uno scialle nero, i lineamenti duri, lo sguardo perso lontano, le mani intrecciate segnate dalle vene. Sull'abito, tre spille da balia. Quell'immagine — pubblicata in Sud e Magia di Ernesto De Martino con la didascalia asciutta "Fattucchiera di Colobraro", e finita persino in copertina nelle edizioni più recenti — è diventata per decenni il volto della "magia lucana".
C'è solo un problema: quella donna non era una fattucchiera. E non si chiamava nemmeno come si è creduto per anni.

Un nome sbagliato e una vita inventata
Tra le carte di Franco Pinna, il fotografo che accompagnava De Martino, è spuntata col tempo una scheda in cui lui stesso descriveva la donna ritratta: "Maddalena La Rocca, vecchia fattucchiera del paese caduta in disgrazia. Ha avuto quattro figli, tutti morti… non ha mai visto il treno e neanche il mare, vorrebbe vedere il Papa".
Quasi nulla di tutto questo era vero. Si trattò, semplicemente, di uno scambio di persona — un "autentico falso", come l'ha definito chi ha ricostruito la vicenda. Quel nome, "Maddalena La Rocca", non apparteneva ad alcuna abitante di Colobraro. La donna non era una fattucchiera, non era affatto caduta in disgrazia, sapeva benissimo quando era nata, e i suoi figli non erano morti.
Maria Francesca, la tessitrice
La verità, oggi, possiamo finalmente raccontarla. La donna dello scialle si chiamava Maria Francesca Fiorenza, nata a Colobraro il 29 febbraio 1872 e morta nello stesso paese nel 1954. Era una contadina, una filatrice e una tessitrice — come la maggior parte delle donne del paese a quel tempo.
Aveva due figlie, non quattro figli morti: una, Elena Nicoletta, scomparsa nel 1992, e l'altra, Maria, emigrata in Argentina. A restituire questi dettagli è stata una sua pronipote, che ha espresso il proprio disappunto per la leggerezza con cui alcune figure importanti della cultura italiana avevano costruito uno stigma attorno a quella donna.
Quelle stesse spille da balia che nella foto sembrano un dettaglio inquietante raccontano in realtà una storia semplicissima: erano il segno di un lavoro domestico interrotto un momento, forse proprio per accontentare gli ospiti forestieri venuti a fotografarla.


Come si costruisce un'icona
Perché, allora, quella foto trasmette un senso così forte di arcaicità e di mistero? Perché fu, in buona parte, costruita.
Negli stessi giorni Pinna scattò altre immagini della stessa signora in pose tutt'altro che inquietanti: circondata dai bambini, sorridente mentre si sistema lo scialle, o in conversazione con i ben vestiti partecipanti alla spedizione. In uno scatto solleva il braccio e punta l'indice con aria minacciosa verso un bersaglio immaginario: era, evidentemente, una prova per il "ritratto della fattucchiera", poi scartata. E dietro di lei, in quel provino, si vedono un palo e i fili della corrente elettrica.
Lo scatto scelto fu invece lavorato con cura. Nel fondo fotografico di Pinna si conserva ancora la stampa originale con i segni in rosso delle correzioni da apportare: andavano eliminati una parte dello sfondo e la testa di un bambino che spuntava in basso a destra. Nella versione finale la figura si staglia sola in primissimo piano, il cielo è un grigio uniforme, i fili della luce sono spariti. Via le altre presenze umane, via i segni della modernità: ciò che resta è un'aura quasi palpabile di solitudine, isolamento, antichità senza tempo.
Pinna, in fondo, era convinto che la fotografia dovesse avere un linguaggio proprio, capace di concentrare in una sola immagine tutta la forza espressiva del soggetto, per denunciare la povertà e la subalternità del Sud. Così facendo, però, diede vita a un'icona potente di una donna che, in quei termini, non era mai esistita. Lo stesso De Martino, da studioso serio, non scrisse nulla di specifico su di lei: eppure quella fotografia, con la sua didascalia, viaggiò in tutta Italia e oltre i confini.



Restituire un nome
Oggi Colobraro guarda a questa storia con consapevolezza, e ha lavorato a lungo per liberarsi delle etichette che le sono state cucite addosso da fuori. Ma il rischio di riprodurre lo stereotipo, anche senza accorgersene, resta sempre presente.
Continuare a chiamare quella donna "fattucchiera" o "maciara", invece che tessitrice, significherebbe dare ancora ragione a quella vecchia didascalia. La vera rivincita è un'altra: ricordarla per ciò che davvero era. Maria Francesca Fiorenza, una donna del paese, le mani occupate dal telaio. Una storia di lavoro e di dignità, non di sortilegi.
Perché conoscere il passato, qui a Colobraro, non vuol dire restarne prigionieri. Vuol dire raccontarlo, finalmente, con voce nostra.

