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Nato su un tavolo di Colobraro: Angelo Bergamotti, il falconiere più famoso d'Italia

Dai vicoli dell'infanzia ai cieli di tutta la penisola, storia di un figlio di "quel paese" che torna,
e sogna di far volare i suoi falchi a casa.

Scritto da Gaetano Virgallito
06 Luglio 2026

Qualche tempo fa il Corriere del Mezzogiorno ha dedicato un bel ritratto, firmato dal giornalista Guido Tortorelli, ad Angelo Emilio Bergamotti, definito "il falconiere più famoso d'Italia": un'arte antica, resa nobile da Federico II di Svevia e oggi patrimonio immateriale dell'umanità UNESCO, raccontata attraverso la vita di un uomo che da oltre trent'anni vive accanto a falchi, aquile, poiane, gufi e barbagianni. L'articolo lo trovate qui e merita la lettura.

Ma c'è un dettaglio che per noi non è un dettaglio: Angelo è originario di Colobraro. E sotto quell'articolo ha lasciato un commento che vale più di mille presentazioni: torna in paese quattro o cinque volte l'anno, molti ricordano ancora suo padre (l'appuntato Bergamotti) e la sua Vespa, e lui a Colobraro non ci è solo nato: è venuto al mondo sul tavolo della cucina di casa, fatto nascere da don Emilio Virgilio insieme a nonna Marietta e nonna Caterina. È da don Emilio che ha preso il suo secondo nome. E il commento si chiude così, in maiuscolo: "SONO ORGOGLIOSO DELLE MIE ORIGINI!".

Leggendo quelle righe, la memoria mi ha riportato a una bella giornata d'estate del 2023. Ero a pranzo al ristorante Rupp Diun con la mia famiglia, e a poca distanza c'era un'altra famiglia. Bastò qualche parola scambiata per caso e venne fuori una di quelle coincidenze che solo i piccoli paesi sanno regalare: da bambini abitavamo a pochi passi l'uno dall'altro, qui a Colobraro. Io qualche anno più grande — oggi ne ho quarantanove — lui più giovane, ma i luoghi erano gli stessi: gli stessi vicoli, le stesse voci, lo stesso cielo.

Da lì il pranzo prese un'altra piega. Tra un piatto e l'altro, i ricordi d'infanzia cominciarono a rincorrersi, e a un certo punto saltò fuori il suo mestiere: falconiere. Mi raccontò che di lì a qualche sera avrebbe tenuto uno spettacolo in un paese vicino. Ci andai, con la macchina fotografica e la videocamera. E ne uscii colpito: vedere un falco staccarsi dal guanto, salire nel cielo e poi tornare "libero, eppure legato da qualcosa che non è un guinzaglio ma fiducia" è uno spettacolo che non si dimentica.

L'articolo del Corriere racconta benissimo il falconiere. Questa conversazione vuole raccontare il resto: il bambino di Colobraro, i ricordi, le radici, e un filo che non si è mai spezzato.

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Angelo Emilio Bergamotti 
e uno dei suoi rapaci

Le radici

Angelo, la tua infanzia colobrarese la racconti quasi come una favola. Com'era quel mondo? E com'è andata, davvero, il giorno in cui sei nato, sul tavolo della cucina, con don Emilio Virgilio e le due nonne?

Hai presente il film Big Fish? Ecco, io mi sento come Will! Sono cresciuto con i racconti e con i viaggi tra Puglia e Basilicata; viaggiavamo in tre sulla Vespa, io ero il passeggero centrale che si addormentava mentre abbracciavo mio padre e mia madre abbracciava me. Ricordo i profumi, ricordo il fazzoletto di nonna Marietta, il motocoltivatore di Tatà (marito di nonna Marietta, ndr) utilizzato per andare in campagna, ricordo il telaio per fare il cotone o la lana, ricordo il camino con le pentole in rame, ma soprattutto ricordo il bene che mi ha circondato lì e che per anni, per tutta la mia adolescenza, mi è mancato. Sono orgoglioso di essere Colobrarese.

Sono nato tra le braccia di don Emilio Virgilio, ma adesso ti racconto meglio… Mia madre aveva un carattere forte e riuscì a litigare con il dottore dell'ospedale qualche ora prima del parto, così prese le sue robe e andò via dicendo: "Partorirò a casa". Mentre stava cucinando sentì delle fitte e disse ai miei fratelli: "Andate da nonna Marietta e nonna Caterina (erano le vicine di casa) e dite che mamma sta per partorire". Così vennero, aiutarono mia madre a sparecchiare il tavolo, e lei disse a mio padre: "Vai da don Emilio e digli di correre a casa, che sta nascendo u creatur"… Quando venne, don Emilio Virgilio era già molto vecchio, in pensione, e da tempo non esercitava più la professione, però non poteva tirarsi indietro. E così fu: mi prese, e mia madre per ringraziarlo mi chiamò Angelo Emilio.

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Angelo e il suo primo tatuaggio 
"Nonna Marietta"

In paese molti ricordano ancora l'appuntato Bergamotti e la sua Vespa. Che uomo era tuo padre, in quegli anni a Colobraro?

Mio padre per me è stato il mio eroe, e in fondo lo è ancora adesso, ma lui non lo sa. Purtroppo i nostri rapporti si sono divisi, ho vissuto delle situazioni difficili, un periodo veramente brutto con la malattia di mia moglie. Mio padre amava Colobraro; la gente lo rispettava non per la divisa, ma per la persona che era. Se c'era da chiudere un occhio, lo faceva. Mi raccontava della forte nevicata che colpì Colobraro in quegli anni, e che alla festa patronale anche chi non aveva la licenza lo lasciava lavorare, perché erano padri anche loro. Pagherei dieci anni di vita per girare un solo minuto sulla Vespa con mio padre a Colobraro.

Quel giorno a pranzo abbiamo scoperto che da piccoli abitavamo a pochi passi. Se chiudi gli occhi e pensi a quei vicoli, qual è la prima immagine che ti torna in mente?

Di fronte a me abitava una famiglia di cui adesso non ricordo più il nome; lui aveva sempre le Micro Machines, ricordo che facevamo le gare facendole cadere dalle scale. Ricordo le falene grosse sui muri, le lucciole nei barattoli, i gatti di nonna Marietta, e il silenzio della sera.

La storia ormai la conoscono tutti: tuo padre portò a casa un rapace ferito, con una zampa rotta, e da lì nacque tutto. Dov'eravate? La scintilla è scoccata a Colobraro?

Devi sapere che io sono cresciuto con il brodo di colombo non solo dal ventre di mia madre, ma anche durante i miei anni a Colobraro: i miei fratelli catturavano i colombi dal Castello di Colobraro sbattendo il retino contro i fori. Sono nato in una famiglia di cacciatori — mia nonna, mio nonno andavano a caccia, e anche mia madre — quindi la selvaggina la trovavo sempre nel frigo. I rapaci erano ritrovamenti che mio padre faceva durante i turni di lavoro: si dispiaceva a lasciarli feriti nei campi o sull'asfalto, allora li portava da mia madre, che riusciva a rimetterli in sesto. Il mio primo falco l'ho avuto sempre tramite i ritrovamenti di mio padre, a sette anni; però ero già a Palagiano.

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Da bambino guardavi il cielo? Ti ricordi poiane o nibbi in volo sopra la valle del Sinni, sulle colline?

Quando sono andato via da Colobraro siamo andati ad abitare a Valsinni, per poi trasferirci in Puglia. Ho questo ricordo: quando mi affacciavo dalla zona Mercato di Valsinni per guardare Colobraro, vedevo costantemente rapaci in volo, e guardavo quel paese — anche se così poco distante — con un po' di malinconia. Esattamente quella che vivo ogni giorno quando penso a Colobraro.

Poi vi siete trasferiti per davvero. Cosa ti sei portato dietro di Colobraro, anche senza saperlo?

Devi sapere che non mi sono adattato molto velocemente ai compagni che ho trovato nel corso degli anni: venivo visto sempre come quello strano della classe, quello che indossava le "robe più grandi di lui", magari anche più consumate, ma soprattutto quello dall'accento strano. Mi portavo le tartarughe nello zaino e durante la ricreazione mettevo la testa nello zaino per parlare con qualcuno, perché nessuno chiacchierava con me. Quindi ti rispondo che di Colobraro porto l'ospitalità: sono sempre il primo a prendere l'iniziativa quando di fronte a me trovo un ragazzo più chiuso, che magari rimane incantato dai miei rapaci durante gli show, perché so che in lui c'è qualcosa che c'era in me.

Il ritorno

Torni in paese quattro, cinque volte l'anno. Cos'è che ti riporta qui? E cosa provi ogni volta che riparti?

Quando torno, e poi vado via, succede sempre la stessa cosa: sento sempre lo stesso dolore, vedo sempre nonna Marietta e Tatà che mi salutano… I miei figli vorrebbero vivere a Colobraro; sono ragazzi, anzi bambini, che si adatterebbero immediatamente. Il problema principale è il lavoro. Però se Colobraro mi richiedesse la partecipazione allo svolgimento di alcuni eventi che possono giovare alla collettività, sono disponibile a dare il mio contributo e a mettere l'esperienza mia e della mia famiglia al vostro servizio.

C'è un posto di Colobraro dove ti piacerebbe far volare uno dei tuoi falchi? Al castello per esempio… hai mai immaginato la scena?

Certo che mi piacerebbe far volare i miei rapaci lì. Non ti nascondo che li ho portati con me tante volte, però non ho mai avuto il coraggio di liberarli, perché sono molto "vergognoso"…

Quando dici di essere di Colobraro, ti capita che scatti qualcosa legato alla fama di "quel paese"? Hai qualche episodio curioso da raccontare?

Un po' per il mio aspetto fisico, sono stato soggetto a diverse perquisizioni in auto durante i controlli delle forze dell'ordine. Tante volte però l'ho scampata: una volta consegnata la patente, me la restituivano con gesti scaramantici!

Il mestiere

Un tuo spettacolo sembra magia, ma dietro c'è tanto lavoro. Cosa serve davvero perché un falco voli così?

Un falco è sempre libero di volare o di posarsi. Io lavoro tanto con i miei rapaci, e se il mio show è così bello è merito del lavoro quotidiano: i miei falchi hanno una tonicità muscolare da far invidia ai falchi selvatici. Il lavoro stagionale si prepara d'inverno, sotto la pioggia, il vento e il freddo.

I figli e il testimone

I tuoi figli maneggiano i rapaci fin da piccoli. Ti piacerebbe che un giorno diventasse il loro mestiere?

Ai miei figli dico sempre di stare lontani dalla mia passione, e lo dico solo per metterli in guardia: perché, per quanto possa essere affascinante, bisogna avere la lucidità di sapere che questo lavoro comporta tanto sacrificio. Non esistono ferie, bisogna accudirli sette giorni su sette, e bisogna farlo anche quando si sta poco bene. La burocrazia è la cosa più stressante, perché purtroppo le restrizioni rendono sempre più difficile questo lavoro. Poi, se decideranno di farlo, beh, io li avevo messi in guardia: l'importante è che siano felici loro e che abbiano rispetto per i rapaci.

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Due delle figlie di Angelo

La falconeria è un'arte antichissima, nata migliaia di anni fa e riconosciuta dall'UNESCO. Cos'ha di speciale una tradizione rimasta praticamente immutata nei secoli?

Sì, esatto: esattamente sedici anni fa la falconeria è stata riconosciuta dall'UNESCO come patrimonio dell'umanità. I falchi venivano utilizzati come armi da caccia già 4000 anni fa nelle steppe dell'Asia centrale, e da allora quest'arte venatoria non è mai mutata. Adesso, magari, attraverso le tecnologie si possono volare i rapaci in modo più controllato — ovvero tramite dati GPS, che servono a noi per controllarli e addestrarli alla perfezione, però l'addestramento è tale e quale, immutato.

Il sogno

Uno spettacolo di falconeria a Colobraro, durante gli eventi estivi del paese, con te e i tuoi figli. Ti piacerebbe?

Per me fare uno spettacolo a Colobraro sarebbe la celebrazione di un sogno. Ho fatto spettacoli in tutta Italia, comprese le due isole, ma farlo a Colobraro avrebbe un significato importante. Sono certo che accadrà, solo a pensarci vado un po' in panico!

E ai ragazzi di Colobraro che sognano un mestiere fuori dagli schemi, "controcorrente" come il tuo, cosa diresti?

Quello che mi sento di dire ai ragazzi è la stessa cosa che dico ai miei figli: la vita è un'occasione. Crediamo che i sogni siano irrealizzabili, ma non è così: nella vita tutto si può realizzare, se si mette in conto che i fallimenti fanno parte del percorso. Mai smettere di sognare!

Grazie, Angelo, per aver condiviso con noi il tavolo di quella cucina, la Vespa di tuo padre, le lucciole nei barattoli e il silenzio delle sere colobraresi. Colobraro ti ha dato i natali; tu non l'hai mai dimenticata. Ti aspettiamo a casa, magari in una sera d'estate, con i tuoi falchi in volo sopra il castello: sarebbe, come dici tu, la celebrazione di un sogno. E sarebbe anche il nostro. A presto!


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