Colobraro, 18 luglio 2026 — Nella Chiesa Conventuale, dall’ora simbolica 17:17 fino a sera inoltrata, si è svolta la tavola rotonda "Dialoghi sulle eredità culturali. Saperi e memorie: ricerca e valorizzazione in prospettiva antropologica", appuntamento conclusivo di uno dei filoni di ricerca del Progetto Borghi "Colobraro Sogno & Magia", finanziato con fondi della Regione Basilicata (D.G.R. 830/2022).
Un pomeriggio aperto dalle visite guidate al Museo demoetnoantropologico (DEA) del Magico e del Fantastico e proseguito con due panel che, messi in fila, raccontano bene cosa sia diventato questo paese negli ultimi vent'anni: un luogo dove l'università viene a studiare e la comunità, invece di limitarsi a essere studiata, prende la parola.
Un patrimonio senza gerarchie
Ad aprire i lavori, Andrea Bernardo, Presidente del Consiglio Comunale e Direttore del Progetto Borghi, che ha ricordato il percorso partito diciannove anni fa "con quattro soldi" — cinquemila euro e molta ostinazione — e ha lanciato due appelli concreti: volontari per la riapertura della biblioteca comunale, arricchita negli ultimi anni da acquisti importanti che oggi guardano anche agli studi universitari e alle tematiche antropologiche; e la costruzione, finalmente, di un ricettario colobrarese. Un ringraziamento particolare è andato a Egidio Tito, RUP del progetto, trattenuto da una commissione di gara e prossimo alla pensione: una "santa pazienza" che ha accompagnato l'intero iter.

Graziella Bernardo, responsabile scientifico del progetto per l'Università degli Studi della Basilicata, ha richiamato la convenzione siglata tra il Comune e il Dipartimento per l'Innovazione Umanistica, Scientifica e Sociale (DiUSS), spiegando l'impostazione che ha guidato tutto il lavoro: nessuna gerarchia tra patrimonio materiale e immateriale.
Da qui i due assi della convenzione: l'Intervento 1, dedicato agli studi e alle consulenze tecnico-scientifiche sul patrimonio costruito, sviluppato insieme all'Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale del CNR; e l'Intervento 9, giunto quella sera alla sua restituzione, dedicato agli studi antropologici e all'antropologia museale applicata alle collezioni, alle memorie locali e alla rigenerazione sociale.

"Le collezioni, i musei, gli edifici, le strade — qui lo dico da ingegnere — acquistano significato attraverso la comunità, le pratiche, le narrazioni, le vite quotidiane."
Colobraro, ha sottolineato, è stato assunto come caso pilota: un metodo da esportare in altre realtà della Basilicata. E la restituzione non è un adempimento finale: "siamo solo all'inizio di un percorso".
I saluti iniziali sono stati completati da Don Flavio Tufano, parroco di Colobraro, che ha ospitato l'incontro e rilanciato l'idea di un laboratorio antropologico permanente.
Primo panel — Dentro il museo. Pratiche e spazi per le memorie e i saperi condivisi
Coordinato da Ciriaca Coretti (UniBas), il primo panel ha messo a confronto lo sguardo accademico e quello di chi i musei di Colobraro li tiene aperti tutti i giorni.
L'ironia poetica come metodo museografico
Sandra Ferracuti (UniBas) ha raccontato di aver esplorato Colobraro "a partire dalle sue museografie", e dalle rappresentazioni visive che del paese sono state date anche involontariamente — come la celebre copertina di Sud e Magia, che ritrae una colobrarese che maciara non era, e che da decenni continua a essere il volto del paese in giro per l'Italia.
Il suo intervento ha ricostruito il rapporto storicamente complicato tra antropologia e musei: da un lato i musei "di élite", con linguaggi e architetture che allontanano; dall'altro i Musei della Civiltà Contadina, non prodotti dagli antropologi ma diventati loro alleati; e infine i musei coloniali, oggi al centro del dibattito sulla restituzione.
Il concetto chiave che ha portato — e che a Colobraro dice di aver ritrovato con forza — è quello di ironia poetica, elaborato dal museografo Marc-Olivier Gonseth, a lungo direttore del Museo etnografico di Neuchâtel: una museografia "calda", che non tratta il visitatore come spettatore chiamato a inchinarsi, ma lo include in una discussione.
"Senza fermarvi a denunciare l'identità sbagliata del paese, ne avete fatto con ironia un patrimonio non soltanto da raccontare agli altri, ma anche da vivere fisicamente."
Perché il patrimonio culturale immateriale, ha ricordato citando Alberto Mario Cirese, sarebbe più correttamente definito volatile: ha una sua materialità — le canzoni, il parlare di questo momento — che però svanisce se non la si attraversa con i corpi. Non è l'intelligenza artificiale a tenerlo in vita.

Diciotto anni per riempire un contenitore
Elena Di Napoli, operatrice turistica, ha portato la testimonianza di chi c'era dall'inizio: "prendo come riferimento diciotto anni perché sono gli anni di mio figlio, che avevo in grembo quando abbiamo cominciato".
Il racconto della nascita del DEA è il racconto di una raccolta collettiva: le signore anziane del paese, gli antropologi, i giornalisti, gli psicologi e i musicisti passati di qui in vent'anni, e a un certo punto la consapevolezza che "a Colobraro mancava un punto fermo: un contenitore da riempire, prima che fosse troppo tardi".
Da lì le stanze del convento francescano — luogo non casuale, visto il legame storico dei francescani con l'erboristeria. La stanza delle erbe è nata andando davvero in campagna con Teresa Bernardo e Concetta La Rocca, raccogliendo, catalogando, essiccando appese alle canne naturali, come si faceva in casa. La stanza degli amuleti raccoglie una pratica avviata dieci anni prima, portata in pubblico per la prima volta con la Notte di San Giovanni del 2019: oggi nessun visitatore lascia Colobraro senza il suo amuleto.
Un lungo elenco di nomi — Teresa Abruzzese, Rosa Pupio, Caterina Sarlo, Licia Breglia, Rosanna Bastanzio, Angela Robertazzo, Maria Maziotta e molte altre — ha ricordato che questi allestimenti sono opera di decine di persone.

La stanza dell'anima
Dal pubblico è intervenuto Michele Picerno, chiamato a raccontare la nascita della stanza dell'anima: un centro di aggregazione sociale che accoglie "soprattutto le anime che hanno più bisogno", con al centro il lavoro sulla disabilità e la manipolazione della creta. Dal laboratorio escono amuleti, presepi e — ormai una piccola specialità — gatti neri, coccinelle e monachicchi. Recente e molto sentita l'ospitalità ricevuta al Museo di Policoro.
"Colobraro è un paese straordinario perché da sempre fa dei miracoli e continua a farli. Il miracolo più bello lo fa il paese, tutti i giorni."

L'eredità che non si quantifica
Luca Celano, Vice Presidente dell'Associazione Culturale "Sognando il Magico Paese", ha rivendicato con orgoglio la propria formazione all'Università della Basilicata e ha individuato nel percorso del DEA — nato nel 2019 e innestato su quello avviato nel 2011 — soprattutto un investimento umano:
"Il valore più importante è un'eredità che non si può quantificare, perché trascende il mero aspetto economico. Abbiamo avuto l'opportunità di studiare le nostre radici."

Amore Olio: un frantoio del 1880 e una cultura da assaggiare
Giusi D'Oronzio ha presentato il Museo dell'Olio di Colobraro, cuore del progetto di turismo rurale integrato Amore Olio, ospitato in un antico frantoio di famiglia risalente al 1880, restaurato conservando le apparecchiature originali.
Con la legge di bilancio 2020 l'oleoturismo è stato equiparato all'enoturismo: visite in frantoio, degustazioni, vendita nei luoghi di produzione. Il percorso proposto è multisensoriale — visita guidata, racconto delle antiche lavorazioni, assaggio in purezza con lezione sulle proprietà organolettiche, e infine l'abbinamento dell'olio ai piatti nel piccolo ristorante. Un ringraziamento ai genitori, che pur avendo lavorato nella scuola "hanno conservato l'amore per la terra".
Da qui due notizie storiche riemerse dagli archivi e condivise in sala: agli inizi del Novecento, dopo l'istituzione delle cattedre ambulanti di agricoltura (1904), a Colobraro si tenne un corso di olivicoltura di cui restano gli atti e l'elenco dei partecipanti; e Colobraro risulta citato come unico paese in cui, negli uliveti demaniali, vedove e orfani potevano raccogliere le olive gratuitamente.

Musei che non esistono senza le persone
In chiusura di panel, Ciriaca Coretti ha rinunciato al suo intervento tecnico sugli inventari per tirare le fila:
"I musei che ci sono qui — il Museo della Magia, Amore Olio, la Civiltà Contadina — hanno un filo comune: non esistono senza le persone."
Meglio, ha detto, un museo raccontato da chi lo ha costruito che schermi multimediali da aggiornare di continuo. E un appello diretto ai più giovani: che questo passaggio di mano non si interrompa.

Secondo panel — Coltivare la memoria. Saperi botanici, pratiche rituali e di cura
La malattia ha una storia sociale
Domenico Copertino (UniBas), che insegna antropologia medica al corso di laurea in Medicina e Chirurgia attivato cinque anni fa a Potenza, ha smontato l'idea che i sistemi di cura possano essere ordinati in una gerarchia. Il sistema erboristico, la biomedicina, i cosiddetti sistemi magici sono sistemi differenti, con proprie storie e stratificazioni, che rispondono in modo diverso a problemi analoghi.
Ha ricordato che la previsione positivistica di Tylor e Frazer — la scienza che avrebbe superato la religione — è semplicemente fallita, e che per De Martino "il problema della magia" era anzitutto un problema del pensiero positivistico, incapace di comprenderla.
Sul versante lucano ha richiamato Giovanni Battista Bronzini, tra i fondatori dell'Università della Basilicata, e soprattutto il medico Michele Gerardo Pasquarelli, il cui lavoro Bronzini riprese negli anni Novanta nel volume Classi sociali e medicina. Da lì l'osservazione che carbonchio e malaria non colpivano i galantuomini ma i contadini, costretti alla promiscuità con gli animali — promiscuità da cui nascevano anche i miti dei licantropi e delle donne-vacche.
Suggestivo il finale, con un canto contadino raccolto da Pasquarelli a Marsico Nuovo — "viva la montagna che ci dona la mogliera, scarpe a punta alla francese, maccheroni mattina e sera" — che sembra magia e invece è storia: l'esproprio e il dissodamento di terre demaniali, e con esso il matrimonio, le scarpe, i maccheroni. Cioè un salto di classe e di alimentazione.

Spiritualità femminile e neosciamanesimo
Chiara Truppi (UniBas) ha presentato la ricerca della sua tesi. Le correnti contemporanee di spiritualità femminile non sono una religione, ma riformulazioni occidentali di tradizioni sciamaniche e olistiche, con funzioni di emancipazione e autodeterminazione: si riappropriano di elementi tradizionalmente "affibbiati" al femminile — maternità, ruolo di cura, legame con i cicli naturali — trasformandoli in punti di forza.
Il quadro di riferimento passa dalla psicologia archetipica junghiana all'archeomitologia di Marija Gimbutas, con i suoi studi sulle civiltà neolitiche matrifocali dell'area balcanica, fino a Vicki Noble e al racconto di Alessandra Comneno sulle donne medicina messicane, comunità raccolte attorno al fuoco sacro come simbolo di una consapevolezza da tramandare.
Il collegamento con il Sud Italia è arrivato quasi da sé: le guaritrici a cui ci si rivolgeva per sciogliere una fattura, il canto rituale, l'uso del corpo e della danza. La trance sciamanica e la tarantata studiata da De Martino sono tradizioni diverse — ma tornano gli stessi temi, ciò che Lévi-Strauss avrebbe chiamato mitemi.

Erbe: tra sapere popolare e ricerca scientifica
Raffaella Irenze, studentessa di Scienze Erboristiche all'Università Federico II di Napoli, ha portato in sala il punto di vista tecnico, ed è stato uno degli interventi più utili della serata.
Alcuni punti fermi:
- "Naturale" non significa "innocuo": le piante medicinali contengono principi attivi, e il rischio maggiore sono le interazioni con i farmaci di sintesi.
- Il periodo balsamico — il momento in cui i principi attivi raggiungono la massima concentrazione — determina quando una pianta va raccolta; essiccazione, temperatura, umidità e provenienza del terreno determinano il resto.
- Una direttiva europea riconosce come medicinali tradizionali le erbe con un uso documentato, anche orale, da almeno trent'anni: ecco perché l'etnobotanica non è folklore, ma materiale utile alla ricerca.
Tre esempi concreti: la camomilla non è un sonnifero ma un antispasmodico — calma le coliche del bambino, e il bambino si addormenta; l'iperico è un antidepressivo lieve con serie interazioni farmacologiche, e va trattato con cautela nonostante la moda social dell'olio fatto in casa; il biancospino, che agisce sull'insufficienza cardiaca lieve, in erboristeria si vende solo dietro ricetta medica.
Dal confronto con il pubblico è emersa anche una piccola scoperta condivisa: nel Vulture come a Colobraro, l'erba di San Giovanni della tradizione non è l'iperico ma il cardo mariano, la cui infiorescenza veniva tagliata la sera prima e lasciata sul davanzale — a scacciare i diavoli, o a predire un matrimonio se il fiore si apriva.

La pignata, ovvero la casa vissuta
Teresa Bernardo, agricoltrice, ha costruito il suo intervento attorno a un oggetto: la pignata. Terracotta plasmata dalla terra per cuocere ciò che dalla terra viene — granaglie, legumi, minestre. Il cerchio che si chiude, e che il mondo contadino ci insegna ancora.
C'è poi la "magia" del cibo intesa come trasformazione: la lievitazione del pane, fenomeno che un tempo non si sapeva spiegare e che perciò conservava un alone magico. E c'è una distinzione che vale la pena portarsi a casa:
"Le nostre case adesso sono abitate, non sono vissute. Per cuocere una pignata ci vuole tempo — il tempo che non abbiamo più."
Ha ricordato che un tempo l'ulivo entrava nelle doti di famiglia, al punto che il proprietario del suolo poteva non essere il proprietario dell'albero. E ha raccontato le tagliatelle dell'Ascensione: quel giorno il latte non si trasformava, si donava a chi non aveva mucca o capra, così che tutti potessero mangiare le tagliatelle col latte. Un esempio di quella solidarietà di vicinato su cui la società che ci ha preceduto si reggeva.

Etnobotanica di Colobraro: una conoscenza rarefatta
Concetta La Rocca, agricoltrice, ha spiegato perché l'erbario del DEA espone esclusivamente erbe di Colobraro: da una pubblicazione regionale di vent'anni fa sulle piante mangerecce di Basilicata, in cui Colobraro compariva una sola volta — semplicemente perché tra gli informatori non c'era nessun colobrarese. Da quel piccolo risentimento è nato un lavoro di identificazione e raccolta orale durato decenni.
Attenzione, però: diverse piante di uso tradizionale locale sono tossiche. La borragine, con cui qui si faceva una minestra con le fave, contiene principi attivi problematici alla lunga; la mentuccia puleggio nella zuppa non crea problemi, ma il suo olio essenziale è altamente tossico e la commercializzazione richiede autorizzazione ministeriale; i rambullini, germogli giovani di vitalba, vengono da una pianta notoriamente tossica; la spina santa (Lycium europaeum, parente del goji) veniva consumata a Colobraro come gli asparagi, ed è documentata solo in Sicilia e Basilicata; e una cipollina dal bulbo dolcissimo, il Loncomelos narbonensis, è tossica in tutte le sue parti.
La riflessione conclusiva è stata la più amara e la più importante della serata: quel patrimonio oggi si è rarefatto. È conservato nella ricerca universitaria, ma non è più patrimonio orale diffuso di chi abita il territorio. Le cause: lo spopolamento e le grandi emigrazioni del Novecento — "ogni persona che è andata via ha portato con sé una parte della cultura del luogo" — e il cambiamento dei valori e delle esigenze.
Ne è nata anche una riflessione di Andrea Bernardo sulla riforma fondiaria: molte famiglie e molti saperi agricoli si spostarono verso il Metapontino, e con essi cambiarono terreni, colture e piante spontanee.
Infine, il richiamo agli incroci culturali: greci, arabi, e le tracce che restano nella lingua e nel cibo. Una curiosità linguistica proposta in sala: il termine arabo ishk ("orto") sopravviverebbe nella toponomastica locale — e sarebbe all'origine del nome della galleria dell'Ischia, tradotto in italiano da qualche tecnico negli anni Settanta.
"La conoscenza del patrimonio culturale locale è l'ancoraggio di una comunità. Solo se abbiamo la forza delle nostre tradizioni possiamo vivere serenamente l'incontro con chi arriva."
Da qui l'appello finale: costruire insieme il ricettario di Colobraro. Non per avere una ricetta, ma una memoria storica a cui agganciarsi — anche perché, in assenza di documentazione condivisa, Colobraro non è finora riuscita a inserire propri prodotti nell'elenco dei P.A.T. regionali.

Verso il futuro: identità comunitaria
I saluti finali sono stati affidati al Sindaco Nicola Lista, che ha ringraziato la responsabile scientifica, il direttore organizzativo, i relatori e soprattutto la comunità:
"Fino a vent'anni fa era molto difficile parlare della nostra storia. Questo progetto mette al centro la persona e la comunità: quello che emerge è l'identità comunitaria."
Tra le prospettive annunciate: le residenze artistiche, il percorso di riconoscimento del castello di Colobraro nel circuito dei Castelli di Basilicata, e — notizia di rilievo per la stanza delle erbe — l'iter avviato affinché venga riconosciuta come laboratorio officinale ufficiale.

La serata si è chiusa, come si conviene a un convegno che ha parlato per ore di cibo, memoria e condivisione, con una degustazione a buffet nella stanza della magia.
Tavola rotonda "Dialoghi sulle eredità culturali. Saperi e memorie: ricerca e valorizzazione in prospettiva antropologica" — Chiesa Conventuale di Colobraro, 18 luglio 2026. Progetto Borghi "Colobraro Sogno & Magia", CUP D24H22001760002, finanziato con Fondi della Regione Basilicata – D.G.R. 830/2022, in convenzione con l'Università degli Studi della Basilicata (DiUSS) e l'Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale del CNR.



